Introduzione

Autore: Ennio De Renzi e Maria Cristina Saetti Dipartimento di Neurologia,Università di Modena
Traduzione: Renzo Tucci

La capacità di denominare oggetti presentati visivamente è solitamente presa come testimonianza del loro avvenuto riconoscimento, ma non è sempre vero.

Pur tralasciando quei casi in cui l'anomia è secondaria ad un problema generale di linguaggio (AFASIA) o a disordini percettivi (AGNOSIA APPERCETTIVA), la letteratura mostra che esistono pazienti che falliscono nella denominazione perché non hanno identificato il significato dello stimolo e altri che sono in grado di riconoscerlo, ma non di ritrovare il suo nome. I due disordini, che sono stati rispettivamente classificati come AGNOSIA ASSOCIATIVA e AFASIA OTTICA, si pensa riflettano l'interruzione in diversi momenti del processo generale del ritrovamento del nome: nella agnosia associativa si pensa che la lesione o impedisca l'accesso alle strutture rappresentazionali dell'oggetto nella memoria semantica o che abbia distrutto il magazzino stesso. Nell'afasia ottica si pensa impedisca la trasmissione dell'output dal magazzino semantico ai centri del linguaggio. La distinzione tra le due forme è essenzialmente basata sulle prestazioni dei pazienti nei compiti di riconoscimento che non coinvolgono il linguaggio. I test più usati a tal fine sono:

1) mimare l'uso di oggetti;

2) raggruppare gli oggetti in categorie,

3) selezionare tra più alternative gli oggetti che hanno dei legami associativi con la categoria.

Sfortunatamente solo pochi pazienti a cui è stata diagnosticata una afasia ottica sono stati studiati in modo appropriato ed in molti casi il riconoscimento è stato ritenuto intatto poiché vi era produzione mimica (Lhermitte e Beauvois, 1973; McCormick e Levine, 1983, Poeck, 1984; Rapcsak, Gonzals-Rothi e Heilman, 1987; Riddoch e Humphreys, 1987) o riconoscimento mimico nei pazienti (Larrabee, Levin, Huff e coll., 1985).

Quest'enfasi posta sulla mimica è discutibile. Infatti, si sostiene che la gestualità manca di sufficiente specificità per assicurare l'avvenuta identificazione dell'oggetto (Ratcliff e Newcombe, 1982) e sono stati riportati casi di pazienti che, nonostante in grado di mostrare l'uso di oggetti, fallivano nel riconoscere la loro funzione (Sirugu, Duhamel e Poncet, 1991) o erano danneggiati nei compiti di classificazione semantica (Schwartz, Marin e Saffran, 1979) .Ulteriori criteri per differenziare l'afasia ottica dall'agnosia associativa sono stati cercati nella dissociazione tra danni di denominazione e preservate abilità di riconoscimento di oggetti denominati, nella prevalenza di errori semantici e nei commenti spontanei dei pazienti sull'utilizzo degli oggetti, che potrebbero mostrare l'avvenuto riconoscimento degli oggetti (Lherrmitte e Beauvois, 1973) .Comunque la consistenza di questi criteri si è rivelata debole.

Un motivo della richiesta di un criterio preciso per differenziare le due forme è che esse possono condividere correlati anatomici quasi identici, una constatazione che getta pone dei dubbi sull'assunzione che le due sindromi sottostiano a meccanismi differenti.

Al contrario dell'agnosia appercettiva, l'agnosia associativa non è necessariamente associata a danni cerebrali bilaterali, e in un certo numero di casi può risultare conseguente ad una lesione confinata alle aree visive dell'emisfero sinistro, di solito in seguito a infarto dell'arteria cerebrale posteriore sinistra. Assodato che lo stesso tipo di danno si trova anche nella afasia ottica, il problema è perché in un caso esso blocca l'accesso ai significati e nell'altro ai significanti (Nomi).

Freund (1889) interpretò l'afasia ottica con la struttura di un meccanismo disconnettivo. I centri visivi dell'emisfero destro, che in presenza di Emianopsia destra sono i soli a ricevere informazioni visive, sono disconnessi dai una lesione dai centri del linguaggio dell'emisfero sinistro e, di conseguenza, l'emisfero che ha riconosciuto lo stimolo non può comunicarlo all'emisfero deputato a magazzino delle forme verbali. Geschwind (1965), che non prese in considerazione l'afasia ottica, utilizzò lo stesso paradigma per interpretare l'agnosia associativa, conseguente a danno cerebrale sinistro, sostenendo che, poiché gli agnosici non fanno errori nell'uso di oggetti nella vita quotidiana, allora effettivamente riconoscono gli stessi. Questa affermazione è stata smentita da studi successivi condotti da alcuni autori (Hècaen, Goldblum, Masure e coll.,1974; McCharthy e Warrington, 1986) che ritenevano che il danno di riconoscimento dell'agnosia associativa è relativa alla degradazione del sistema semantico localizzato nell'emisfero sinistro. Così la disconnessione interemisferica potrebbe essere importante sia per l'afasia ottica sia per i danni dell'emisfero sinistro dell'agnosia associativa. Tuttavia, non è ancora chiaro perché in certi casi prevale il primo meccanismo ed in altri il secondo.

In questo articolo viene riportato il caso di un paziente con un deficit di denominazione circoscritto alla modalità visiva, la cui abilità nel dimostrare il riconoscimento di stimoli che non riusciva a nominare dipendeva da quanto erano dettagliate le informazioni semantiche richieste dal test. Ci dà l'opportunità di discutere la natura dei meccanismi che sottostanno al riconoscimento difettivo per modalità visiva.

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