Gli antidepressivi, fanno più male che bene?

A questa domanda, piuttosto impegnativa, cerca di rispondere un post pubblicato sul sito  The daily beast.

L'articolo riporta il lavoro di due ricercatori, il professor Irving Kirsch, della University of Hull, e di Giovanni Fava, dell'università di Bologna.

Da anni, il prof. Fava sostiene che l'uso degli antidepressivi, soprattutto nel lungo periodo, può risultare controproducente.

Recentemente, ha pubblicato una nuova rassegna bibliografica, dalla quale evince che, sebbene i farmaci antidepressivi siano efficaci nel trattamento degli episodi antidepressivi maggiori, sono meno efficaci negli episodi depressivi ricorrenti e nel prevenire le ricadute.

Più in particolare, secondo Fava dalla letteratura emerge che:

  • dopo sei mesi di trattamento, l'antidepressivo perde in efficacia nel proteggere il paziente da una ricaduta;
  • due terzi dei pazienti trattati con antidepressivo tendono comunque a soffrire di "sintomi residui": ansia, insonnia, stato di affaticamento, irritabilità, difficoltà cognitive;
  • l'uso di antidepressivi può aumentare il rischio che il paziente passi da uno stato depressivo ad uno maniacale; inoltre, nei pazienti bipolari, può aumentare la frequenza del ciclo maniaco-depressivo.

Questo significa che i farmaci antidepressivi non vanno usati? Naturalmente no! Fava usa una metafora estremamente utile: gli antidepressivi sono come gli antibiotici, ottimi se usati appropriatamente; ma se usati quando non necessari, o troppo a lungo, perdono di efficacia e possono avere maggiori controindicazioni. Gli antidepressivi, sostiene Fava, sono efficaci soprattutto nella fase acuta della depressione.

Le conclusioni del professor Fava, che personalmente condivido, sono piuttosto chiare:

  • gli antidepressivi possono essere molto utili, ma vanno somministrati a ragion veduta, principalmente nella fase acuta di un episodio depressivo;
  • prescriverli troppo a lungo può essere inutile e controproducente; l'interruzione della somministrazione dev'essere graduale, e sotto controllo medico;
  • infine, la farmacoterapia va affiancata ad una psicoterapia, preferibilmente di tipo cognitivo comportamentale.