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	<title>Neuropsy</title>
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	<description>neuropsicologia, psicoterapia e scienze socio-cognitive</description>
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		<title>Alzheimer, buone notizie dalla ricerca farmacologica</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 16:02:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Bussolon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alzheimer]]></category>
		<category><![CDATA[Neuroscienze]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[farmaci]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>

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		<description><![CDATA[Un nuovo farmaco, J147, sembra efficace nel combattere il decadimento in cavie da laboratorio affette da Alzheimer]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="alzheimer by alainboucheret, on Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/alain_boucheret/4087481758/"><img src="http://farm3.staticflickr.com/2549/4087481758_776c8882a1.jpg" alt="alzheimer" width="486" height="500" /></a></p>
<p>La buona notizia: un farmaco, denominato J147, sembra capace di <strong>rallentare il decadimento cognitivo di cavie da laboratorio affette da Alzheimer</strong>. La notizia, riportata da <a href="http://www.sciencedaily.com/releases/2011/12/111214162108.htm">Science Daily</a>, cita il lavoro di un gruppo di ricerca, presso il Salk Institute for Biological Studies.</p>
<p>Secondo i ricercatori, il farmaco appare in grado di <strong>potenziare la memoria</strong> sia nei topolini sani che in quelli affetti da Alzheimer.</p>
<p>Naturalmente, questo è soltanto un primo passo. Prima di essere commercializzato, il farmaco dovrà comprovare la propria efficacia sugli esseri umani, e questo richiede <strong>anni</strong>. Ciononostante, questa è comunque una buona notizia.</p>
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		<title>Le difficoltà ci rendono più forti</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 17:53:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Bussolon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[Trauma]]></category>
		<category><![CDATA[resilienza]]></category>
		<category><![CDATA[stress]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>

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		<description><![CDATA[I traumi fanno male, ma le piccole difficoltà ed avversità ci rendono più resilienti, meglio capaci di affrontare le difficoltà]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Warrior Dash - Windham, NY - 10, Sep - 27.jpg by sebastien.barre, on Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/altuwa/5006404729/"><img src="http://farm5.staticflickr.com/4153/5006404729_0988e79d89.jpg" alt="Warrior Dash - Windham, NY - 10, Sep - 27.jpg" width="500" height="400" /></a></p>
<blockquote><p>Quello che non mi uccide, mi fortifica.<br />
Friedrich Wilhelm Nietzsche</p></blockquote>
<p>Pare che Nietzsche non avesse tutti i torti: <strong>le difficoltà ci rendono più resilienti</strong>. Questa, almeno, la conclusione di un articolo pubblicato su <em>Current Directions in Psychological Science</em>: <a href="http://cdp.sagepub.com/content/20/6/390.abstract">Resilience &#8211; A Silver Lining to Experiencing Adverse Life Events?</a></p>
<p>La <strong>resilienza</strong>, ovvero la capacità di affrontare i problemi e le avversità, tende ad essere <strong>legata alle passate esperienze</strong>. Com&#8217;è noto, le persone che hanno subito <strong>gravi traumi</strong> (lutti, violenze, abusi) sono <strong>più a rischio</strong> di essere soggetti a problemi psicologici (ansia, depressione, e soprattutto <a title="Disturbo post traumatico e meditazione" href="http://www.neuropsy.it/blog/2011/08/06/disturbo-post-traumatico-e-meditazione/">disturbo post-traumatico</a>). Queste persone, inoltre, sviluppano una <strong>minore resilienza</strong>, ovvero tendono ad avere difficoltà nell&#8217;affrontare nuove avversità.</p>
<p>Anche per questo motivo, psicologi, educatori, pediatri e genitori tendono &#8211; giustamente &#8211; a <strong>proteggere</strong> i bambini e gli adolescenti.</p>
<p>Ma secondo Mark Seery, l&#8217;autore dell&#8217;articolo citato, <strong>la totale assenza di difficoltà ed avversità non è la condizione ideale</strong>. Anzi, la necessità di affrontare alcune difficoltà, aiuta bambini, adolescenti e probabilmente anche gli adulti a migliorare la propria resilienza.</p>
<p><strong>Proteggere troppo</strong> i propri cari, ed evitare a se stessi tutti gli stress, <strong>non è dunque una buona strategia</strong>. Naturalmente, <strong>gli stress non devono essere eccessivi</strong> (e lo stress non deve essere cronico). Ma alcune dosi di stress, e qualche problema, fanno bene e ci allenano ad affrontare gli stress futuri.</p>
<p>Dunque, parafrasando il grande filosofo, quello che non mi fa troppo male, mi fortifica.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sbadigli empatici</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 20:10:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Bussolon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[empatia]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[sbadigliare]]></category>

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		<description><![CDATA[Sbadigliare è contagioso, soprattutto fra famigliari e amici, meno fra estranei: una forma di empatia?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="yaaaaawn by falafelicious, on Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/odesi/2850534127/"><img src="http://farm4.staticflickr.com/3096/2850534127_64f6f327eb.jpg" alt="yaaaaawn" width="500" height="333" /></a></p>
<p>Gli sbadigli, si sa, sono <strong>contagiosi</strong>. La loro contagiosità, però, dipende dalla <strong>relazione</strong> con chi sbadiglia. Se a sbadigliare è un famigliare stretto, la probabilità di essere contagiati è <strong>più alta</strong> che se a sbadigliare è un estraneo. La contagiosità degli sbadigli di amici e conoscenti è intermedia.</p>
<p>Queste, le conclusioni di una ricerca, condotta dal cnr di Roma, e pubblicata su <a title="Yawn Contagion and Empathy in Homo sapiens" href="http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0028472">Plos One</a>, secondo cui la contagiosità dello sbadiglio è un modo per mostrare <strong>empatia</strong> nei confronti di chi sbadiglia per primo.</p>
<p>Fonte: <a title="&quot;Contagious&quot; Yawning Occurs More Among Loved Ones" href="http://news.nationalgeographic.com/news/2011/11/111213-contagious-yawning-health-science-empathy-evolution/">National Geographic</a>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Quante volte si pensa al sesso?</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 21:09:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Bussolon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sessualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Quanto spesso pensiamo al sesso? Pare venti volte al giorno (i maschi) e 10 volte al giorno le femmine.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/diasunday/3679438721/" title="Blind by claudia.susana, on Flickr"><img src="http://farm3.staticflickr.com/2572/3679438721_a6818c90e0.jpg" width="500" height="332" alt="Blind"></a><br />
Quante volte pensano, le persone, al sesso? Una recente ricerca, <a title="When Thoughts Turn to Sex, or Not" href="http://www.nytimes.com/2011/12/11/fashion/sex-on-the-brain-studied.html">riportata dal New York Times</a>, si è posta il problema. E ha chiesto a 283 ragazzi e ragazze, dai 18 ai 25 anni, di tenere il conto.</p>
<p>Ha chiesto loro di usare un contatore, di quelli usati nel golf, e cliccare ogni volta che pensavano al sesso, al cibo, o a dormire.</p>
<p>I risultati sono, naturalmente, molto eterogenei. Per quanto riguarda il sesso, si va da un minimo di una volta al giorno ad un massimo di 388. Le mediane, però, offrono una visione più realistica. In media (anzi, mediana) <strong>i maschi pensano al sesso circa 20 volte al giorno</strong>. <strong>Le femmine, circa 10</strong>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Minori, alcool, ed effetti a lungo termine</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 17:33:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Bussolon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[alcol]]></category>
		<category><![CDATA[omicidio]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>

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		<description><![CDATA[Il cervello degli adolescenti è più vulnerabile agli effetti dannosi dell'alcool. Bere da giovani può avere conseguenze negative a lungo termine.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="i :heart: baileys by AnjaRus22, on Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/snegiri/2582942205/"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3092/2582942205_933e34fa88.jpg" alt="i :heart: baileys" width="375" height="500" /></a><br />
aa</p>
<p>In ambito scientifico, per poter inferire dei rapporti di causa &#8211; effetto è necessario fare degli <strong>esperimenti controllati</strong>. Si prende un campione di partecipanti, che vengono assegnati casualmente ad una condizione sperimentale ed una di controllo. I partecipanti del gruppo sperimentale vengono sottoposti ad un trattamento, al gruppo di controllo viene somministrato un placebo.</p>
<p>Spesso, però, questa procedura non è possibile. A volte per motivi pratici, altre volte per ragioni etiche. Si cerca, allora, di sfruttare alcuni <strong>esperimenti fortuiti</strong>, con le cautele metodologiche del caso.</p>
<p>Una brillante ricerca, che sfrutta uno di questi esperimenti casuali, è riportata in un post di <a href="http://www.flickr.com/photos/sweetdreamer_it/2612313765/">medical news today</a>. Negli Stati Uniti, attualmente, è in vigore ovunque il <strong>divieto di consumare alcool sotto i 21 anni</strong>. Ma <strong>in passato</strong>, vi erano <strong>differenze fra i vari stati</strong>: in alcuni il divieto era a 21, in alcuni a 18. Richard A. Grucza, un epidemologo della Washington University School of Medicine ha indagato l&#8217;esistenza di <strong>correlazione fra la differente legislazione ed alcuni indicatori epidemiologici</strong>.</p>
<p>Il gruppo di ricercatori ha dunque confrontato alcuni indicatori, misurando le differenze (al netto di altri aspetti) degli stati in cui il limite era a 18 anni e quelli in cui il limite era 21. Una prima differenza emersa è che vi è una <strong>maggior incidenza di abuso di alcol e droga</strong> negli stati più permissivi, anche fra gli adulti. Inoltre, si registravano un maggior numero di <strong>incidenti</strong> automobilistici sotto l&#8217;effetto dell&#8217;alcol, un più alto tasso di <strong>suicidi</strong> ed <strong>omicidi</strong>.</p>
<p>Secondo Grucza, i giovani vissuti negli stati in cui il divieto era abbassato, erano soggetti ad un <strong>maggior rischio</strong> di suicidio ed omicidio anche da adulti. L&#8217;effetto era più pronunciato nella popolazione <strong>femminile</strong>.</p>
<p>Questo esperimento naturale, dunque, sembra confermare quegli studi, condotti prevalentemente su soggetti animali, secondo cui il <strong>cervello degli individui più giovani è più vulnerabile</strong> agli effetti negativi &#8211; anche a lungo termine &#8211; di alcol e droga.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Disturbo bipolare e corteccia prefrontale</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Nov 2011 11:14:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Bussolon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Neuroscienze]]></category>
		<category><![CDATA[amigdala]]></category>
		<category><![CDATA[bipolare]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[prefrontale]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei pazienti bipolari vi è una ridotta attivazione dell'area prefrontale ventrolaterale, anche in condizioni di eutimia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="Amigdala" src="http://www.thebrainwizard.com/img/brainparts/amygdala.jpg" alt="" width="310" height="301" /><br />
Uno studio dell&#8217;University of California Los Angeles School of Medicine ha confrontato l&#8217;attivazione dell&#8217;<strong>amigdala</strong> e della <strong>corteccia prefrontale ventrolaterale</strong> (vlPFC, area 47 di Broadmann) di un gruppo di pazienti affetti da <strong>disturbo bipolare</strong> e di un gruppo di soggetti di controllo. I pazienti bipolari erano in stato <strong>eutimico</strong> (ovvero né in fase maniacale, né in fase depressiva).</p>
<h3>L&#8217;esperimento</h3>
<p>I partecipanti hanno portato a termine due compiti, fra loro simili. Data una immagine target, <strong>un volto che esprimeva una emozione</strong>, dovevano scegliere una <strong>fra due immagini</strong> (in una condizione) o uno <strong>fra due termini</strong> (nell&#8217;altra condizione) che meglio corrispondeva all&#8217;emozione dell&#8217;immagine target.</p>
<h3>Risultati</h3>
<p>L&#8217;accuratezza e i tempi di reazione fra i due gruppi non differiva, così come non risultava differente l&#8217;attivazione dell&#8217;amigdala. Nei pazienti bipolari, però, si è evidenziata una <strong>ridotta attivazione dell&#8217;area prefrontale ventrolaterale</strong> durante il compito in cui doveva essere scelto uno fra due termini.</p>
<h2>Conclusioni</h2>
<p>L&#8217;assenza di differenze nell&#8217;attivazione dell&#8217;amigdala, nei pazienti in stato eutimico, e la presenza di differenze nell&#8217;attivazione del lobo prefrontale, ha portato i ricercatori ad alcune conclusioni:<br />
l&#8217;anomalia dell&#8217;attivazione dell&#8217;amigdala dei pazienti bipolari dipende dal loro stato: in condizione eutimica, l&#8217;attivazione risulta simile a quella dei soggetti di controllo;<br />
la ridotta attivazione dell&#8217;area prefrontale ventrolaterale costituisce un tratto stabile dei pazienti bipolari, che ha luogo anche in fase eutimica.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.medwire-news.md/55/95446/Bipolar_Disorder/Prefrontal_cortex_activation_reduced_in_euthymic_BD_patients_during_emotion_recognition.html">Medwire news</a>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Questionari diagnostici via web</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 13:31:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Bussolon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[inventario]]></category>
		<category><![CDATA[neuropsy]]></category>

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		<description><![CDATA[I questionari somministrati via web sono altrettanto buoni di quelli tradizionali, carta e matita]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://lh5.googleusercontent.com/-Nam2tbFZFPw/TrPi94w-GyI/AAAAAAAAAhU/-4jnsju-SQo/s800/inventario_neuropsy.png" alt="" /><br />
Neuropsy ha pubblicato l&#8217;inventario di depressione nel 2004. Un approccio piuttosto innovativo, per l&#8217;epoca.</p>
<p>Oggi, leggo di una ricerca che conferma la validità dell&#8217;uso di internet per la somministrazione di test diagnostici: <a href="http://psychcentral.com/news/2011/11/03/web-based-assessment-of-depression-as-accurate-as-paper-method/31050.html">Web-based Assessment of Depression as Accurate as Paper Method</a>. Secondo l&#8217;articolo, la somministrazione via internet è del tutto equivalente a quella carta e matita. Ma i pazienti tendono a preferire quella via web, che offre anche il vantaggio di eliminare il data entry, possibile fonte di errori.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Troppa igiene aumenta il rischio allergia</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 16:33:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Bussolon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[allergie]]></category>
		<category><![CDATA[batteri]]></category>
		<category><![CDATA[igiene]]></category>

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		<description><![CDATA[I bambini che entrano in contatto con i batteri hanno minore probabilità di sviluppare allergie]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Look my hands are dirty! by Hexapuma, on Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/28386073@N03/2713821157/"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3125/2713821157_1e2ac143c4.jpg" alt="Look my hands are dirty!" width="500" height="333" /></a></p>
<p><strong>Non toccare che ti sporchi</strong>! Quante mamme sono terrorizzate all&#8217;idea che i propri bambini tocchino qualcosa di non troppo pulito, e magari poi si <strong>mettano le dita in bocca</strong>? Con tutti quei microbi!</p>
<p>Ebbene, <strong>entrare in contatto con i batteri può prevenire l&#8217;insorgere di allergie</strong>, secondo uno <a href="http://news.ku.dk/all_news/2011/2011.11/dirt_prevents_allergy/">studio effettuato dall&#8217;Università di Copenhagen</a>. Una flora batterica ricca di batteri fra loro diversi diminuisce la probabilità che insorgano allergie, che &#8211; riporta l&#8217;articolo dell&#8217;Università &#8211; <strong>affligge il 25% della popolazione danese</strong>.</p>
<p>Dunque, un modesto consiglio ai genitori: è assolutamente normale che i bambini giochino e tocchino la terra, il pavimento e mille cose non perfettamente sterili. Non perdeteli d&#8217;occhio, ma ricordate che non vi è nessuna necessità che un bimbo cresca in un ambiente sterile e disinfettato, anzi. <strong>Sono tutti anticorpi</strong>, diceva la mia mamma (che appartiene ad un&#8217;altra generazione)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Curiosità, interesse e apprendimento</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 17:44:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Bussolon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza]]></category>
		<category><![CDATA[apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[coscenziosità]]></category>
		<category><![CDATA[curiosità]]></category>
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		<category><![CDATA[scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[Intelligenza, coscenziosità, curiosità sono i tre pilastri del successo scolastico. E sebbene l'intelligenza sia la più importante, curiosità e coscenziosità abbinate hanno un peso maggiore. La curiosità e l'interesse, però, si possono coltivare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="curious girls by slipper buddha, on Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/25091274@N08/3402498114/"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3569/3402498114_021a081e7c.jpg" alt="curious girls" width="500" height="375" /></a></p>
<p>A scuola, l&#8217;intelligenza serve. E, diciamolo, anche nella vita. A scuola, la coscienziosità, serve. Serve il fatto di non marinare, di fare i compiti, di studiare. E, diciamolo, la coscienziosità serve anche nella vita.</p>
<p>I bambini intelligenti, a scuola, vanno meglio. Anche i bambini coscenziosi, a scuola, vanno meglio.</p>
<p>C&#8217;è, però, anche un <strong>terzo fattore</strong> che gioca un ruolo importante nella performance scolastica: la <strong>curiosità</strong>. Probabilmente gli insegnanti l&#8217;hanno sempre saputo. Ma un recente articolo scientifico conferma e ribadisce l&#8217;importanza della curiosità nel successo accademico. <a href="http://pps.sagepub.com/content/6/6/574.abstract">The Hungry Mind</a>, pubblicato sulla rivista Perspectives on Psychological Science (<a href="http://psico.fcep.urv.es/info/activitats1011/pps/files/svs%20pps(2).pdf">scarica il pdf</a>), è una meta-analisi che ha preso in considerazione 200 studi, che coinvolgevano circa 50.000 studenti. I risultati dello studio sono piuttosto interessanti.</p>
<h2>Intelligenza, coscenziosità, curiosità</h2>
<p>Secondo gli autori, <strong>tre</strong> sono i pilastri del successo scolastico. <strong>L&#8217;intelligenza è, singolarmente, il più potente predittore</strong> della performance accademica; gli effetti dell&#8217;intelligenza nella performance accademica non sono mediati dai tratti di personalità; l&#8217;intelligenza, la coscenziosità (la capacità di fare sacrifici) e la curiosità intellettuale sono predittori diretti della performance accademica, e sono fra loro <strong>correlati</strong>. Infine, sebbene l&#8217;intelligenza sia più importante della coscenziosità e della curiosità, <strong>coscenziosità e curiosità, insieme, pesano più dell&#8217;intelligenza</strong>.</p>
<p><a href="http://scholar.google.it/scholar?cluster=11305562554961586871">Loewenstein</a>, citando Aristotele, Cicerone e Kant, definisce la curiosità un <strong>desiderio intrinsecamente motivato di accumulare conoscenza</strong>. <a href="http://scholar.google.it/scholar?cluster=16091367010276965553">Kashdan e Silvia</a> definiscono la curiosità uno <strong>stato motivazionale associato all&#8217;esplorazione</strong>.</p>
<h2 id="article-title-1" style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; border-style: initial; border-color: initial; outline-style: none; font-style: inherit; font-size: 1.8em; line-height: inherit; text-align: left; vertical-align: baseline; border-width: 0px; padding: 0px;">Curiosità e interesse</h2>
<p>Il costrutto della curiosità è fortemente legato a quello dell&#8217;interesse. Più in particolare, la curiosità intellettuale definita come un <strong>interesse generale verso l&#8217;apprendimento</strong>. La curiosità intellettuale è un tratto di personalità legato alla conoscenza in generale, mentre <strong>gli interessi sono legati a degli specifici argomenti</strong> o ambiti di conoscenza.</p>
<p>Più in dettaglio, l&#8217;interesse è una variabile motivazionale che porta ad uno stato psicologico di attenzione sostenuta o alla predisposizione a riportare la propria attenzione verso una particolare classe di oggetti, eventi o idee.</p>
<h3>Interesse personale e interesse situazionale</h3>
<p>Nella letteratura sull&#8217;interesse, si distinguono due macrocategorie: l&#8217;interesse personale e l&#8217;interesse situazionale. L&#8217;interesse personale è ciò che riscuote l&#8217;interesse di una persona durante un <strong>prolungato periodo della sua vita</strong>. La passione per la poesia, per la musica, per le automobili, per la moda, per la danza, per il cinema. Gli interessi possono anche essere molto specifici.</p>
<p>L&#8217;interesse <strong>situazionale</strong>, invece, è legato al <strong>contesto</strong>. Se definiamo l&#8217;interesse in termini di attenzione, l&#8217;interesse situazionale ha luogo se qualche cosa, nel contesto, <strong>attira la nostra attenzione</strong>.</p>
<p>L&#8217;interesse personale invece porta un individuo a <strong>riportare ripetutamente la propria attenzione</strong> verso l&#8217;oggetto di interesse.</p>
<p>Secondo <a href="http://scholar.google.it/scholar?cluster=16307159989929391108">Hidi e Renninger</a> l&#8217;interesse influenza non solo l&#8217;<strong>attenzione</strong>, ma anche gli <strong>scopi</strong> e l&#8217;<strong>apprendimento</strong>. L&#8217;interesse è la <strong>risultante dell&#8217;interazione di una persona con un particolare contenuto</strong> (o <strong>contesto</strong>). Dunque, mentre la curiosità è una predisposizione generale, l&#8217;interesse è specifico al contenuto.</p>
<p>Un aspetto che accomuna curiosità e interesse è che entrambi sono <strong>motivanti</strong>: la curiosità e l&#8217;interesse portano un individuo a focalizzare la sua attenzione, anche in maniera sostenuta, <strong>per il piacere di farlo</strong>. Curiosità e interesse sono dunque delle <strong>motivazioni intrinsiche</strong>. Hidi e Renninger propongono l&#8217;esistenza di <strong>quattro fasi</strong> legate all&#8217;interesse: l&#8217;interesse innescato dal contesto, e l&#8217;interesse sostenuto costituiscono le due fasi dell&#8217;interesse situazionale. Se un contenuto innesca ripetutamente l&#8217;interesse situazionale sostenuto, si sviluppa la terza fase, l&#8217;interesse personale emergente. L&#8217;interesse personale da emergente si trasforma, se sostenuto per un sufficiente periodo di tempo, in interesse personale sviluppato.</p>
<p><a href="http://scholar.google.it/scholar?cluster=13712847282857382183">Ainley, Hidi e Berndorff</a> hanno evidenziato una catena causale che lega la curiosità intellettuale e l&#8217;interesse personale allo <strong>stato affettivo</strong>, (interessato, neutrale o annoiato), lo stato affettivo all&#8217;<strong>impegno</strong>, e l&#8217;impegno al <strong>risultato</strong> scolastico: l&#8217;interesse e la curiosità dispongonono positivamente l&#8217;individuo nei confronti di un argomento. Questa disposizione positiva (che si esprime nella polarità interessato vs. annoiato) porta ad un maggior coinvolgimento della persona, che si <strong>focalizza più a lungo</strong> sull&#8217;argomento (<strong>attenzione sostenuta</strong>). L&#8217;interesse, infatti, può innescare un meccanismo di <strong>flow</strong>, che porta l&#8217;individuo in uno stato di <em>effortless effort</em> (sforzo non faticoso, si potrebbe tradurre). Questo maggior impegno e coinvolgimento, a sua volta, ha un&#8217;influenza positiva sulla performance accademica.</p>
<h2>Conclusioni</h2>
<p>Proviamo a tirare le fila del discorso. Per <strong>imparare</strong> bene una cosa &#8211; non solo a scuola, ma probabilmente in ogni contesto &#8211; servono tre <strong>ingredienti</strong>: intelligenza, coscenziosità e curiosità-interesse per quella cosa.</p>
<p>In questo post di intelligenza non si è parlato (sarebbe troppo lunga). Si è parlato di curiosità e di interesse. Questi, influenzano positivamente l&#8217;apprendimento perché <strong>predispongono positivamente l&#8217;individuo</strong>, e lo portano a <strong>focalizzare</strong> più a lungo la sua attenzione sul compito. Stare più a lungo sul compito, in fondo, è anche lo scopo della coscenziosità. Lo studente coscenzioso è quello che fa i compiti, che studia, che non salta le lezioni. Ovvero, che focalizza la sua attenzione sul compito più a lungo.</p>
<p>Curiosità-interesse e coscenziosità, dunque, hanno <strong>lo stesso effetto</strong>. Ma hanno origini diverse: la coscenziosità si appoggia sulla <strong>motivazione esterna</strong>: lo faccio perché si deve, perché studiare è importante, perchè non voglio prendere un brutto voto. L&#8217;interesse, invece, si basa sulla motivazione interna: <strong>lo faccio perché mi piace</strong>.</p>
<p>A parità di risultato, dunque, sarebbe utile un modello educativo capace di fondarsi non solo sulla coscenziosità (che rimane importante), ma anche sulla costruzione di interesse. Aiutare gli studenti, attraverso il contesto, ad interessarsi in quello che studiano, e a studiare perché studiare può essere <strong>divertente</strong> e <strong>gratificante</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Parkinson e bicicletta</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 17:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Bussolon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Neuroscienze]]></category>
		<category><![CDATA[Parkinson]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
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		<category><![CDATA[parkinson]]></category>

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		<description><![CDATA[I parkinsoniani riescono ad andare in bici. E pedalare fa loro bene, soprattutto se ad un ritmo sostenuto. Perché un po' di stress, pare, fa bene al cervello.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Man on Bike by herwigphoto.com, on Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/herwigphoto/188017812/"><img src="http://farm1.static.flickr.com/73/188017812_acd7285335.jpg" alt="Man on Bike" width="500" height="341" /></a></p>
<p>È immaginabile, che un paziente affetto da Parkinson, in uno stadio piuttosto grave, possa andare in bicicletta?</p>
<p>No, non è immaginabile. Eppure, succede. Un paio di articoli, pubblicati entrambi sul New York Times, raccontano di Parkinson e pedali.</p>
<h2>Parkinson e bicicletta</h2>
<p><a href="http://www.nytimes.com/2010/04/01/health/01parkinsons.html">La prima storia</a>: un neurologo olandese, il dottor Bastiaan R. Bloem, scopre che un suo paziente, grave parkinsoniano, fa regolarmente kilometri di strada in bicicletta. Il dottore si rifiuta di credere alle parole del paziente; il paziente insiste, i due vanno &#8211; assieme ad un&#8217;infermiera, nel parcheggio dell&#8217;ospedale, dove l&#8217;infermiera ha la sua bici. Il paziente viene aiutato a salire in sella, e si mette a <strong>pedalare in scioltezza</strong>.</p>
<p>Se non ci credete, potete <a href="http://video.nytimes.com/video/2010/03/31/health/1247467498167/bicycling-with-parkinson-s.html">guardare questo video</a>. A questo punto, il neurologo prova &#8220;mettere in sella&#8221; altri pazienti, e scopre, a sorpresa, che molti di loro riescono ad andare in bici dignitosamente bene.</p>
<h2>Parkinson e tandem</h2>
<p><a href="http://well.blogs.nytimes.com/2011/10/12/what-parkinsons-teaches-us-about-the-brain/">La seconda storia</a>, di nuovo pubblicata sul New York Times. Altro ricercatore, Jay L. Alberts, che lavora alla Emory University di Atlanta, ha deciso di partecipare ad una <strong>corsa non competitiva</strong> nello Iowa, in <strong>tandem</strong>, assieme ad una <strong>paziente</strong>, anche lei affetta da Parkinson. Lo scopo, sensibilizare l&#8217;opinione pubblica sulla patologia.</p>
<p>In questo caso, la paziente soffre di una forma meno grave della malattia. Ma, fra i sintomi, soffre di <strong>micrografia</strong>: la tendenza a scrivere piccolo, sempre più piccolo, fino a che la scrittura diventa illeggibile. Ebbene, alla fine di ogni tappa in tandem, la signora si accorgeva che il sintomo era &#8211; temporaneamente &#8211; scomparso.</p>
<p>Incuriosito da questo fenomeno, il dott Alberts ha iniziato a studiare l&#8217;effetto del movimento in bicicletta sul parkinson. E i <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21799425">primi risultati</a> lasciano supporre che l&#8217;<strong>esercizio faccia bene</strong>.</p>
<p>L&#8217;aspetto saliente che emerge da questa ricerca, però, non è tanto che l&#8217;esercizio possa fare bene, ma che &#8211; per funzionare &#8211; il paziente debba essere <strong>forzato</strong> a muoversi ad un ritmo superiore a quello a lui congeniale.</p>
<p>Una spiegazione è di tipo fisiologico: forzare il paziente a muoversi più velocemente, a fare più fatica, aumenta l&#8217;esercizio e dunque il beneficio.</p>
<h2>Topolini ed esercizio fisico</h2>
<p>C&#8217;è, però, una spiegazione alternativa, che emerge da studi su cavie (sì, i soliti topolini da laboratorio). <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18721864">Nell&#8217;esperimento</a>, gli animali sono stati assegnati a tre gruppi sperimentali:</p>
<ul>
<li>al gruppo di controllo non veniva permesso di fare esercizio fisico (gruppo <strong>sedentario</strong>);</li>
<li>ad un gruppo sperimentale era concesso di muoversi, sulla ruota per criceti (gruppo <strong>movimento volontario</strong>);</li>
<li>il secondo gruppo sperimentale era forzato a correre sulla ruota, seppure ad una velocità relativamente bassa (gruppo <strong>movimento forzato</strong>).</li>
</ul>
<p>In totale, ai due gruppi sperimentali veniva fatto percorrere la stessa strada. In media, però, il gruppo che poteva muoversi volontariamente correva molto più velocemente.</p>
<p>I risultati sono stati interessanti. In primo luogo, gli animali forzati a correre mostravano segni di <strong>stress emotivo</strong> (e questo non è sorprendente). Sorprendente è il fatto che il <strong>processo neurogenerativo</strong> (di creazione di nuovi neuroni) era <strong>più evidente negli animali forzati a correre</strong> che in quelli che correvano liberamente. Una delle ipotesi esplicative è che un certo livello di stress possa far bene al cervello. (<a href="http://www.limef.com/Downloads/FV_2008.pdf">il pdf dell&#8217;articolo</a>)</p>
<h2>Conclusioni</h2>
<p>Il movimento fisico fa bene, anche alle persone che soffrono di Parkinson. Perché l&#8217;attività sia efficace, però, è necessario che l&#8217;attività fisica sia intensa (naturalmente, su misura per il paziente). E, probabilmente, alcune <em>dosi</em> di stress fanno bene.</p>
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