Test di ricerca e produzione lessicale

Autori

G. Novelli, C.Papagno, E. Capitani, M. Laiacona, G.Vallar, S.F.Cappa

Titolo

"Tre test clinici di ricerca e produzione lessicale. Taratura su soggetti normali" Archivio di Psicologia, Neurologia e Psichiatria 1986 oct- dec; vol 47 (4) : 477-506.

Introduzione

Il reperimento nel lessico e l’utilizzazione nel discorso delle singole parole costituisce un aspetto basilare del comportamento verbale normale. E’ da tempo noto che la riduzione del vocabolario è un elemento costante nei disturbi del linguaggio conseguenti a lesione cerebrale acquisita ( afasie). Questa riduzione del vocabolario può manifestarsi sia nell’ambito dell’eloquio spontaneo che nel contesto di prove che richiedono al paziente di fornire dei nomi, ad esempio di oggetti che gli vengono presentati. Studiare l’eloquio spontaneo del paziente e valutarne quantitativamente e qualitativamente il vocabolario è molto più complesso che analizzare la prestazione in compiti del secondo tipo: ciò può spiegare la diffusione pressochè universale dei test di ricerca e di produzione lessicale sia per l’esame clinico dell’afasia che nel contesto di esame standardizzati.

Dal punto di vista del metodo di stimolazione della ricerca lessicale possiamo distinguere:

1) prove di denominazione di stimoli presentati in una modalità sensoriale (visiva, tattile, uditiva, meno frequentemente olfattiva e gustativa).

2) prove di denominazione di stimoli dei quali viene fornita una descrizione verbale.

3) prove di produzione di una serie di parole che condividono una data caratteristica: ad esempio di iniziare con un determinato fonema o di appartenere ad una determinata categoria semantica.

4) Queste prove mettono in gioco componenti cognitive differenti per giungere al comune risultato della produzione di un o più parole: in particolare nel caso 1) l’identificazione percettiva costituisce una fase preliminare inevitabile, mentre nel caso 2) è la comprensione del linguaggio ad essere necessaria alla denominazione. Nel caso 3) è stato ipotizzato che anche un fattore di difficile specificazione ("impulso comunicativo", "iniziativa verbale: Kleist, 1934; Luria, 1973) sia necessario per eseguire il compito.

5) In riferimento al compito di denominazione di stimoli presentati nella modalità visiva sono stati sviluppati diversi modelli(Benson, 1979) che, al di là delle differenze terminologiche hanno in comune la suddivisione del processo di denominazione visiva in alcune tappe successive: lo stadio di identificazione percettiva è seguito dall’evocazione di una rappresentazione semantica; ha quindi luogo l’evocazione della rappresentazione fonologica astratta e la realizzazione articolatoria della medesima.

6) Questi modelli predicono che un deficit della denominazione visiva possa conseguire ad una compromissione selettiva a livello di ciascuno di questi stadi.

Esaminando popolazioni non selezionate di pazienti afasici è comunque possibile comparare la prestazione alla denominazione secondo differenti modalità ( Goodglass e coll., 1968).

Dal punto di vista delle caratteristiche dello stimolo e la corrispondente unità lessicale i parametri che possono variare sono molteplici. Tra i più studiati: le caratteristiche fisiche dello stimolo, la frequenza d’uso della parola corrispondente, la categoria semantica di appartenenza, il grado di concretezza del referente. Altre caratteristiche lessicali/semantiche (classe grammaticale, operatività, rappresentabilità…) fonologiche (lunghezza, frequenza d’uso del fonema iniziale, ecc.) o extra linguistiche (significato emozionale ecc.) sono state oggetto di un numero più limitato di studi (vedi Lesser, 1978 per un’estesa revisione).

Informazioni di grande interesse si possono inoltre derivare dall’analisi qualitativa degli errori. I pazienti infatti non si limitano a non dare alcuna risposta nelle prove di denominazione, ma usualmente forniscono, in misura variabile e con caratteristiche differenti da caso a caso, un’ampia serie di possibili risposte patologiche. Secondo la classificazione proposta da Kohn e Goodglass possiamo distinguere un gran numero di "errori nominali": errori semantici, (sopraordinate, coordinate, associazioni contestuali ecc..), errori fonemici, errori percettivi, errori parte-tutto, parole senza relazione riconoscibile, non parole, parole corrette non riconosciute, perseverazioni, neologismi, circonlocuzioni.

Ulteriori interessanti informazioni si possono derivare dallo studio dell’efficacia di facilitazioni (cues) sulla denominazione.

Scopo

La mini-batteria composta da tre test clinici di ricerca e produzione lessicale (denominazione di oggetti, denominazione su descrizione, fluenza verbale) offre l’opportunità di analizzare i pattern di riposta del paziente. Da queste prove può risultare evidente se per esempio ci sono disturbi di denominazione modalità specifica ( discrepanza tra la modalità uditiva dei test di fluenza e denominazione su descrizione e quella visiva del test di denominazione) o se sono maggiormente compromesse parole astratte rispetto a quelle concrete ( denominazione su descrizione).

Avendo come riferimento un modello teorico relativo al compito che si somministra è poi possibile fare delle ipotesi sulla natura del deficit di denominazione.

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